Il 31 agosto 2026 ha segnato la scadenza del termine di attuazione del Dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF), lo strumento da 577 miliardi di euro che ha costituito il cuore di NextGenerationEU e la principale fonte di finanziamento europeo per le infrastrutture negli ultimi anni. I pagamenti proseguiranno fino alla fine del 2026, ma la fase in cui i progetti potevano contare su un flusso di risorse straordinario, concepito per rispondere alla crisi pandemica, è di fatto chiusa. Per il settore idrico, che in molti Paesi ha beneficiato in modo significativo di questi fondi, si apre un anno di transizione: capire chi sosterrà gli investimenti una volta spenta la leva del Recovery Fund è oggi una domanda centrale per operatori, istituzioni e investitori di lungo periodo.
Cosa si è chiuso il 31 agosto
L'RRF è stato progettato come uno strumento a scadenza fissa: risorse elevate, condizionate al raggiungimento di traguardi e obiettivi verificabili, da impiegare entro una data precisa. Con il termine del 31 agosto 2026 si chiude la finestra per completare gli interventi finanziati, mentre le erogazioni residue verranno regolate entro la fine dell'anno. Non si tratta di un'interruzione improvvisa, ma di un passaggio atteso che sposta l'attenzione dalla programmazione alla rendicontazione. La conseguenza pratica è che, per i progetti non ancora completati o non ancora avviati, il Recovery Fund non è più una fonte disponibile: occorre individuare canali alternativi, con tempi, condizioni e logiche di selezione diverse. È la differenza tra un finanziamento eccezionale e un'architettura di finanziamento ordinaria.
L'esposizione dell'acqua: il PNRR italiano e i fondi di coesione
In Italia il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha destinato al settore idrico circa 3,9 miliardi di euro, indirizzati all'ammodernamento delle reti, alla riduzione delle perdite attraverso il monitoraggio digitale e alla realizzazione di impianti orientati al riuso. Sono risorse rilevanti in un comparto che richiede investimenti pluriennali e che convive con un costo economico della crisi idrica stimato in circa 13,4 miliardi di euro l'anno. Parallelamente, la Commissione europea ha già avviato una riprogrammazione a medio termine dei fondi di coesione, riorientando circa 3,1 miliardi di euro verso la resilienza idrica. Il segnale è chiaro: Bruxelles considera l'acqua una priorità strutturale, ma lo strumento cambia, e con esso le regole di accesso, i tempi di erogazione e la capacità di assorbimento richiesta ai territori.
Chi raccoglie il testimone dal 2027
La Commissione si aspetta che altri fondi europei colmino, almeno in parte, il vuoto lasciato dall'RRF a partire dal 2027. Si parla di colmare in parte, non di sostituire integralmente: la dimensione e la velocità di erogazione del Recovery Fund non hanno equivalenti immediati. Le fonti che si delineano sono diverse. I fondi di coesione, ora riprogrammati anche a favore dell'acqua; i programmi della Banca europea per gli investimenti dedicati al settore idrico, che affiancano finanziamenti a lungo termine e garanzie; e, soprattutto in Italia, le tariffe regolate. Il quadro definito da ARERA prevede investimenti idrici intorno ai 5 miliardi di euro nel 2026, integrati dal fondo nazionale SFNIISSI: un capitale ricorrente e prevedibile, che assume un peso crescente man mano che le sovvenzioni una tantum si esauriscono.
Cosa significa per investitori e operatori
Per gli investitori istituzionali e il private equity, la fine dell'RRF ridisegna il profilo di rischio e di opportunità del settore idrico. Da un lato, i progetti che dipendevano in modo marcato dai contributi a fondo perduto dovranno dimostrare una sostenibilità economica autonoma, con effetti sulle valutazioni e sui tempi di realizzazione. Dall'altro, si rafforza il ruolo del capitale privato nei segmenti in cui il flusso di ricavi è regolato o contrattualizzato: gestori di servizi, fornitori di tecnologie di trattamento e riuso, società di ingegneria e manutenzione. In questo contesto acquistano valore le piattaforme in grado di combinare accesso ai fondi pubblici residui, disciplina finanziaria e capacità industriale. Per le imprese di medie dimensioni, il tema non è più attendere il contributo, ma strutturare un piano di investimento che regga anche senza.